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Via Campanile, 40, 90038 Prizzi PA, Italia

La storia di nobili famiglie e le statue dei “vicchitti”

La sua edificazione si perde nella notte dei tempi. La chiesa di Sant’Antonio è legata a due fattori: l’arrivo a Prizzi dei cistercensi e la cristianizzazione dei Bonello, nobile famiglia normanna conosciuta soprattutto per Matteo, signore di Caccamo.
Basta osservare il campanile per cogliere uno del leitmotiv di questo borgo: la forte presenza della dominazione araba. Il campanile di Sant’Antonio era in origine (come accade spesso da queste parti) una delle tre torri di avvistamento e conserva la cupola con richiami arabi. Nella storia di questa chiesa entra un’altra nobile e antica famiglia, quella dei Villaraut che si dice donarono il gruppo marmoreo della Madonna con Gesù Bambino (per tutti l’Annunziata), di scuola gaginiana. Dobbiamo immaginare quest’opera d’arte con colori brillanti, come quello del manto e delle stelle, di cui ora rimane solo qualche traccia. Inalterato, comunque, è lo splendore. Un altro gioiello è il gruppo ligneo dell’Altare della Vergine dell’Idria, che raffigura la Madonna con il Bambino. Ai lati, i “vicchitti”, come vengono affettuosamente chiamate le statue dei due monaci basiliani, che si reggono con il bastone e hanno un profondo e antico sguardo a cui è impossibile rimanere indifferenti.

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Via Cupane, 64, 98070 Mirto ME, Italia

Alan Lomax e la banda musicale, omaggio al grande etnomusicologo

È il luglio del 1954 quando un bizzarro americano arriva in Italia con l’intento di registrare la straordinaria varietà e bellezza delle musiche della tradizione popolare. Si chiama Alan Lomax, ed è uno degli etnomusicologi più importanti al mondo. Dopo avere girato mezzo pianeta, dall’Europa all’America, resta folgorato dalla Sicilia e si ferma a Mirto dove incide tre canti contadini che finiscono nella raccolta “The Alan Lomax Collection, Italian Treasury, Sicily”. Contadini che – racconta – “cantarono per me la più commovente canzone che io avessi mai sentito in tutta Italia, una canzone che mi ricordò l’infinita pena dei neri del Mississippi e del Texas”. Adesso un evento speciale ricorda in musica quest’esperienza straordinaria, con un concerto che vedrà insieme la cantante Oriana Civile e la banda musicale di Mirto. Per l’occasione, sarà intitolata una piazzetta ad Alan Lomax, allestito un itinerario Lomax con installazioni di gigantografie del suo itinerario siciliano e per l’occasione l’etnomusicologo Sergio Bonazinga del centro A. Lomax di Palermo e curatore della mostra, terrà un convegno sul personaggio Lomax.

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Corso Umberto I, 86, 90010 Gratteri PA, Italia

Le Sacre Spine e il miracolo del vento

Nel Medioevo fra i gran signori andava di moda partecipare alle Crociate e anche il conte Ruggero d’Altavilla si imbarcò alla volta della Terrasanta. Quando tornò in Sicilia, con sé portava quattro spine che, a quel che si diceva, provenivano dalla corona di Cristo. Queste reliquie preziosissime furono donate alla cattedrale di Cefalù ma in seguito sottratte da Francesco Ventimiglia, signore di Gratteri, che le portò nel suo paese. Da subito furono oggetto d’appassionato culto e ancora oggi si celebrano in maggio, ricordando il miracolo del vento: due ladri, che avevano tentato di rubarle, furono immobilizzati da un vento impetuoso che impedì loro di portarle via. Le spine, racchiuse in un raffinato reliquario d’argento, sono il più prezioso tesoro della Chiesa Madre che si staglia sulla piazza principale. Il grande edificio risale all’Ottocento, quando fu costruito per venire incontro alle esigenze di una sempre più numerosa popolazione. Secondo la tradizione, per realizzarlo si utilizzarono le pietre del castello già largamente diruto. Al suo interno, via via, vennero raccolte opere d’arte, anche provenienti da altre chiese, come ad esempio l’altare in marmo che i Ventimiglia avevano fatto realizzare nel 1648 e collocare nella loro cappella privata nella Madrice Vecchia, per sistemarvi il reliquiario delle Sacre Spine. Altre chicche sono il fonte battesimale del Quattrocento, il ciborio di scuola gaginiana nella cappella del Sacaramento, il presepe settecentesco in legno e terracotta e il coro ligneo intagliato, del 1769. 

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Salita Castello, 9, 90010 Gratteri PA, Italia

La candida chiesa del castello e la cella dove il vescovo morì di fame

Con la sua semplice, candida architettura e la mossa facciata, questa piccola chiesa risale al XIV secolo, quando i baroni Ventimiglia la fecero costruire come loro cappella, in uno spazio adiacente al castello. La posizione è notevole, da qui infatti è possibile osservare da un lato la costa e il profondo strapiombo che rendeva inespugnabile il castello, dall’altro il paese e la Grotta Grattara che, verosimilmente, ha dato nome al borgo. Le tombe di due dei Ventimiglia – Maria Filangeri (moglie di Lorenzo Ventimiglia) e il nipote Gaetano Ventimiglia, principe di Belmonte – sono proprio nella chiesa, che custodisce altresì un gran numero di dipinti e sculture delle più diverse epoche, fra cui spicca la statua della Madonna del Rosario, un’opera cinquecentesca della scuola dei Gagini. Sei campane di diversa grandezza (la più antica datata 1390) si trovano nella torre campanaria, che si innalza un po’ discosta dalla chiesa, nell’area del castello. Di quest’ultimo, già inespugnabile rocca normanna, poco rimane: a partire dal 1820 fu quasi del tutto demolito. Si riconoscono le feritoie delle vecchie carceri in cui, nel Trecento, il barone Francesco Ventimiglia rinchiuse il vescovo di Cefalù Nicolò de Burrellis, lasciandolo morire di fame, e le tre porte d’accesso. 

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Il mausoleo che racconta la storia del paese

Un monumento funebre, ma anche un importante documento storico: il mausoleo dei Ventimiglia, all’interno della Chiesa di Santa Maria di Gesù, è ornato da una targa sulla quale è riportata la successione cronologica dei baroni di Gratteri, dal 1418, quando Francesco III Ventimiglia fu investito della baronia, al 1621, anno della scomparsa di Pietro II. L’elenco dei baroni che furono signori del borgo sintetizza due secoli di storia gratterese e la sua presenza aumenta il valore di questo piccolo edificio sacro dal fascino quasi campestre che ancora conserva, nel prospetto e nel campanile che ospita tre campane, le linee arabo normanne delle origini. La sua fondazione si fa risalire infatti al XII secolo, quando la zona era ancora di campagna. Nel semplice interno, che da anni incornicia i suoni barocchi del Festival di Musica Antica, spiccano i minuziosi decori a motivi geometrici e floreali che impreziosiscono volte e pareti con i loro delicati colori. Nella chiesetta, che è una delle più antiche di Gratteri, si custodisce un dipinto settecentesco raffigurante la Madonna degli Angeli con Santa Elisabetta, opera di Luigi Borremans, figlio del più noto Guglielmo. L’annesso convento francescano ospita oggi il Municipio.

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Via Castello, 6, 98065 Montalbano Elicona ME, Italia

Storie di re e di alchimisti sulla rocca ricca di ogni bene

Con le imponenti mura merlate, domina Montalbano, che gli è cresciuta nel tempo attorno. “Rocca assai aspra a salirvi e scendervi ma ricca di ogni bene”, la descrive il geografo arabo Idrisi. Come molti monumenti siciliani la sua storia è stratificata dai vari popoli e dominatori che vi sono passati: su preesistenti costruzioni bizantine e arabe sorge prima un fortilizio normanno poi un palazzo svevo-aragonese. Quando la colonia lombarda si ribella a Federico II, il castello, abbarbicato alla roccia, viene distrutto e poi ricostruito dall’imperatore. Il re aragonese Federico III lo sceglie come residenza. Vi soggiorna d’estate per curare la gotta con le acque locali su consiglio di Arnaldo da Villanova, figura di primo piano del sapere medievale europeo, originale al punto da rischiare il rogo dell’Inquisizione. Filosofo, medico, alchimista con fama di mago, morì in mare mentre stava raggiungendo Genova. I suoi libri furono bruciati dall’Inquisizione. La sua tomba è ospitata nella cappella del castello e fu ritrovata soltanto nel 1969. Le mura sono caratterizzate da diciotto grandi finestre aperte sopra le feritoie sveve che testimoniano il mutare del suo utilizzo. Nell’ampio interno, si può immaginare la vita del castello anche attraverso una parata di antiche armi bianche, costumi e strumenti musicali d’epoca. E fantasticare di un tesoro sepolto dai templari.

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Via Giardino, 14, 98065 Montalbano Elicona ME, Italia

Semplice, in stile catalano, nasconde una sorpresa

Una chiesa di piccole dimensioni, in cima ad una breve scalinata che vale la pena di salire perché nasconde al suo interno una sorpresa. Sono pochissimi gli esempi di architettura catalana in Sicilia e uno di questi è la chiesa trecentesca di Santa Caterina. Il portale è in stile romanico e sopra le antiche pietre della facciata spicca un merlo ghibellino. Lo spazio interno di una sola navata è contenuto e semplice. La volta del presbiterio, ricavato da un antico torrione, è a crociera e riverbera costruzioni federiciane. Protagonista dell’interno è la statua di estrema bellezza di Santa Caterina d’Alessandria di scuola del Gagini. Caterina, una bella ragazza egiziana che si era convertita al cristianesimo, guarda il cielo in attesa del martirio avvenuto sotto l’imperatore Massimino Daia. Le cento pieghe del mantello sembrano vibrare come fossero di stoffa viva e non di duro marmo. La storia del martirio è illustrata sotto la statua da splendidi bassorilievi, con il riferimento alla ruota del supplizio spezzata secondo la leggenda a contatto con il corpo della santa. Per questo motivo Caterina fu poi decapitata. Al parapetto dell’altare una “Cena Domini” della scuola di Guido Reni. 

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Via Provinciale, 11, 98065 Montalbano Elicona ME, Italia

Luoghi, feste e personaggi: il borgo in bianco e nero

Un secolo di vita di Montalbano raccontato in oltre duecento fotografie. Volti, feste e raduni in piazza, la vita di ogni giorno. Di fronte alla chiesa di San Nicolò, sulle pareti rosse del palazzo della Fondazione Parlavecchio, dell’omonima fondazione, la collezione di Eugenio Belfiore tiene viva la memoria di Montalbano Elicona. Una mostra voluta e curata dal figlio Nicola che continua la tradizione del padre. Accanto alle immagini in bianco e nero realizzate dal fotografo a partire dal 1949, rigorosamente stampate con gli acidi in camera oscura, quelle riprese da antichi dagherrotipi e altre di fotografi dilettanti. Sono esposte sulle pareti divise per temi. Per concludere che nella vita di questo borgo c’è la memoria di tutti anche la nostra: i contadini con i muli, le feste ginniche di massa, i primi bus e trattori a motore, fino al complessino musicale degli anni Sessanta.I personaggi del borgo con i loro soprannomi, U’ “Piscirussu” o Turi “U Fugaru”. Foto che spesso venivano inviate ai parenti emigrati negli Stati Uniti. Per non dimenticare. Se i costumi sono cambiati, le quinte medievali di Montalbano all’ombra del castello sono immutate, indifferenti al trascorrere del tempo.

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Via Vittorio Emanuele, 45, 96010 Buccheri SR, Italia

Le statue delle cinque sante e il Cristo che benediva i raccolti

Ci volle il terremoto del 1693 per convincere i buccheresi a costruire la nuova chiesa di Santa Maria Maddalena che fu iniziata nel 1702 e si completò nel 1794. Fu l’architetto Michele da Ferla, dei Padri Riformati, a disegnarne la pianta, rivolta a ovest. Realizzata in pietra d’intaglio, con un impianto a tre navate, in stile barocco, presenta una facciata su due ordini, scandita da un bel portale al di sopra del qualeè una torretta con tre campane, completata nel 1750 dell’architetto Michelangelo Di Giacomo. Nella navata di destra è la cappella della Maddalena con la Maddalena scolpita da Antonello Gagini nel 1508. Da segnalare anche le statue Rosalia, Lucia, Agata, Cecilia e Scolastica. Il Cristo alla colonna, detto “Patri abbunnanza”, il Giovedì Santo si portava in processione per benedire i raccolti. L’organo è opera di Alfano Basile.

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Via S. Antonio, 22, 96010 Buccheri SR, Italia

Il santo che protegge gli animali i decori del Borremans

Realizzata a partire dal 1702, in cima a una ripida scalinata, esposta a Mezzogiorno, alta e slanciata, la chiesa si sviluppa su tre ordini e si trova in una posizione dominante.  Presenta una pianta a tre navate, con archi a tutto sesto. Guglielmo Borremans contribuì ai decori della chiesa dipingendo nel 1728 la pala d’altare “Sant’Antonio in estasi” e San Vito con i santi Modesto e Crescenza. La statua di Sant’Antonio Abate, patrono degli animali, che viene portata in processione il 17 gennaio, è opera di Michelangelo Di Giacomo così come la statua del Cristo resuscitato. Ai decori della chiesacontribuirono anche i pittori Antonio Sortino e Giovanni Tuccari e Domenico Avola  che scolpì il coro ligneo e la sedia presbiteriale. Il paliotto dell’altare con incise alcune scene bibliche è opera di don Giovanni Marino.

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rizzolo, 96010 Buccheri SR, Italia

Il paese delle neviere per i nobili sorbetti

Per latitudine, Buccheri è  prossima quasi a Tunisi. E allora, che c’entra la neve sul tavolato ibleo? E’ presto detto, il centro si trova in posizione arretrata a 820 metri di altezza, dunque, il clima è influenzato dalla quota. Un tempo, quando le precipitazioni erano più intense, anche la neve cadeva con regolarità ogni anno:  veniva accumulata e utilizzata per il refrigerio delle classi più ricche. Ne sono testimonianza le numerose neviere sparse sul territorio, in origine delle grotte, poi costruzioni a forma di cupola o dammuso con le pareti interne in pietra lavica per conservare la neve che serviva per la preparazione di sorbetti al limone o al gelsomino. La raccolta della neve, che la Sicilia immagazzinava ed esportava in tutto il Mediterraneo, attivata una microeconomia che investiva i raccoglitori, i trasportatori e i maestri gelatieri.

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Salita Teatro, 21, Palazzo Adriano, PA, Italia

Il castello del re che amava le donne

Fedele riflesso di una storia turbolenta, il castello di Palazzo Adriano esprime le alterne vicende del borgo, tra periodi di prosperità e altri di tumulto. Sorto in salita Teatro, sul colle San Nicola, addossato ad un torrione di epoca federiciana già spopolato (l’antico Arianum), le prime attestazioni certe che lo riguardano risalgono alla metà del XIV secolo: appare evidente dalla struttura architettonica residua che la sua funzione non fu difensiva ma di supporto e rifugio per la comunità rurale. In epoca moderna, il castello rappresentò un forte polo d’attrazione per i nuovi immigrati albanesi. Le prime abitazioni furono in calce arena e in pietra forte o silicato calcaree e si agglomerarono in una struttura tipica medievale consistente in cunei di case che si addentrano in piazzette. Nei primi decenni del XIX secolo, con la presenza in Sicilia di Ferdinando IV Borbone, il castello fu adibito a residenza reale durante i rapporti che il re intrattenne coi palazzesi durante alcune sue battute di caccia. Il castello di Palazzo Adriano si presenta oggi delimitato da una cinta rettangolare rinforzata in vari punti da una scarpa posteriore. Una possente torre, leggermente sporgente, domina ancora un cortile interno trasformato in orto privato. I muri, molto spessi, sono costruiti irregolarmente, con l’impiego di pietre non sbozzate di piccola e media dimensione, legate con malta e inzeppati con frammenti di tegola. Molte aperture originarie sono state murate, mentre numerosi portoni sono stati creati per comodità al pianoterra. Il castello è sede del Museo Civico Real Casina, museo antropologico con una sezione dedicata alla cultura Arbereshe, dove sono esposte riproduzioni contemporanee dei costumi tipici e gigantografie degli acquarelli di Jean Houel, realizzati nel 1782, raffiguranti le donne di Palazzo Adriano in costumi tradizionali. Nello stesso museo sono esposti paramenti sacri degli officianti di rito bizantino e una riproduzione di un abito di Ferdinando IV. Per l’importanza storica che rivestono, i ruderi sono stati dichiarati monumento nazionale.

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Salita Santissimo Crocifisso, 21, 90030 Palazzo Adriano PA, Italia

Una miriade di decori e il Crocifisso salvato dagli invasori

Una miriade di decori, complessi dettagli, una vigorosa ornamentazione plastica: tutto ciò parla di un sentimento nuovo e vigoroso, di un’irrefrenabile tensione alla preservazione della fede di rito greco. Questo è il Santuario di San Nicolò di Mira, che sorge nel quartiere nord del paese, là dove furono costruite le prime abitazioni quando i profughi albanesi trovarono rifugio nella zona. Edificata nel 1490 dai profughi albanesi, attesta la devozione che, fin dai tempi più remoti, i fedeli nutrirono nei confronti di questo grande Santo. Scrive il Rodotà che essa sorse per “far fiorire l’onore della religione nel rito greco”, e ancora afferma: “Fabbricarono la chiesa sotto il titolo di San Marco e San Nicolò sopra una collina, la Matrice e le altre chiese vennero costruite successivamente quando le abitazioni si estesero alle falde di quella collina”. Il tetto a campana, il campanile e il rosone centrale rappresentano il retaggio artistico tardo-medioevale. Alla facciata della chiesa era addossato un Pronao che è andato distrutto in seguito al terremoto del ‘68. Ma altri terremoti, e frane, danneggiarono la chiesa quasi fin dalla sua costruzione. I primi interventi di restauro, infatti, risalgono al 1656, con il trasferimento nella Matrice della statua di San Nicola e la sospensione delle funzioni tra cui la celebrazione della festa del SS Crocifisso “che era solita farsi ogni anno” come attesta una lettera del vescovo di Girgenti del l 12 luglio 1656. L’interno di San Nicolò è caratterizzato da una navata a botte. Al sacerdote don Francesco Lo Cascio si devono gli affreschi della volta, realizzati nel 1729, una ricca illustrazione biblica, con funzione di catechesi, del Trionfo dell’Agnello. Da ammirare la Vara secentesca del Santissimo Crocifisso di Benedetto Marabitti e il Crocifisso del XII secolo che, secondo la tradizione popolare, sarebbe stato portato in Italia dai profughi albanesi, dopo averlo salvato dagli invasori delle loro terre.

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Via Francesco Crispi, 10, 90030 Palazzo Adriano PA, Italia

Quando i mecenati costruivano le chiese. La torre con il nobile orologio.

Palazzo Adriano è capace di mille sorprese. E’ un mosaico di storie. Una giungla di snodi, che rammentano la durezza della vita di un tempo, tra migrazioni e rinascite. La chiesa di Santa Maria del Lume, in piazza Umberto I, specchia le sue mura nella storia del paese. Inizialmente di rito bizantino ed oggi di rito latino, fu edificata nella prima metà del Settecento sul sito di quella che fu la chiesa di San Sebastiano per iniziativa di un notabile locale, il barone Schirò, ben rappresenta i frutti di un illuminato mecenatismo. La memoria sempre in fiore, Santa Maria del Lume si presenta con un prospetto principale prestigioso, adornato da tre nicchie con le statue degli Apostoli Pietro Paolo affiancati da San Michele Arcangelo. La Chiesa, disegnata da Francesco Ferrigno, ha una memorabile torre campanaria costruita nel 1751 e rimaneggiata nel Novecento, sulla quale spicca un orologio degli Scibetta di Bisacquino. Le facciate laterali sono in pietra. La chiesa esibisce una struttura architettonica interna a tre navate con dodici colonne a due blocchi. Gli altari laterali sono adorni con tele attribuite allo Zoppo di Gangi e alla scuola del Novelli. La volta è decorata da affreschi raffiguranti gli Apostoli, i quattro Evangelisti e i Profeti, mentre nell’abside troneggia il Cristo benedicente, realizzato da Salvatore Valenti.

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Piazza Umberto I, 39, 90030 Palazzo Adriano PA, Italia

Quei due gradini laterali per il cavallo del re

Pantheon. Nome totale, nome dei nomi. Il Pantheon della comunità albanese, dove si tennero vive la lingua e le tradizioni albanesi, è la chiesa di Maria Santissima Assunta. Fu costruita nel 1532 ed ampliata nel 1770. Il tempio è a tre navate decorate con stucchi dorati, nell’abside domina un grande dipinto raffigurante l’Assunzione della Madonna eseguito nel 1766 da Carlo Marsigli. All’interno si conserva la vara lignea del Crocifisso scolpita da Marabitti nel 1639. La chiesa appartiene al rito greco-bizantino. Ospita le tombe di alcuni figli illustri di palazzo Adriano e, tra le lapidi, vi sono le prime esistenti in lingua albanese, di grande rilievo storico e culturale. Conserva dipinti di Patania, Di Giovanni, Carta e Bagnasco. Nell’abside, un grande dipinto eseguito nel 1766 da Carlo Marsigli. L’ampia scala semicircolare della facciata principale, in pietra, accanto alla parete della chiesa ha due falde di gradini di conci di tufo, realizzati “per permettere al re Ferdinando IV Borbone di arrivare a cavallo fino all’ingresso della chiesa”. Il sovrano, infatti, dal 1799 aveva dovuto trasferirsi in fretta e furia a Palermo per sfuggire alla minaccia dei repubblicani partenopei e all’incombente spettro delle armate dell’ancora rivoluzionaria repubblica francese e si dilettava, anzi, “annegghittiva”, come scrisse il Sansone, in pesca e caccia. Non gli sfuggì, nelle sue tante peregrinazioni venatorie, il territorio di Palazzo Adriano, e la nobiltà locale ritenne necessario adeguare persino la chiesa di Maria Santissima Assunta alle necessità del sovrano. Dal passato al presente, al visitatore si consiglia di terminare la visita al pantheon della comunità di Palazzo Adriano rivolgendo lo sguardo, e l’attenzione, ai due orologi solari, settecenteschi, della facciata laterale.

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Via Montesano, 1, 97012 Chiaramonte Gulfi RG, Italia

La cultura dell’olio e la delicatezza del Liberty

Palazzo Montesanto è un vero hub culturale, con diversi siti (ben sette) e altrettante proposte differenti. Nel “bassi” del palazzo è stato infatti allestito dal 1997 un Museo dell’olio che permette al visitatore di conoscere gli strumenti di uso quotidiano dell’antica civiltà contadina legati alla produzione dell’olio d’oliva. Di grande pregio sono una macina ottocentesca in pietra calcarea e le tre presse, che a partire dal 1614 e sino ai primi del Novecento, permettono di comprendere l’evoluzione delle macchine per la spremitura delle olive. Le magnifiche stanze del settecentesco palazzo Montesano fanno da cornice ideale anche alla casa museo del Liberty. L’atmosfera del secolo scorso viene restituita stanza dopo stanza, attraverso oggetti delicati, mobili e complementi d’arredo, sistemati nella loro ambientazione naturale. Un allestimento unico da non perdere.

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Piazza Duomo, 8, 97012 Chiaramonte Gulfi RG, Italia

La “chiesa” nova sorta in paese colma di opere d’arte barocche

L’appellativo “Santa Maria La Nova” deriva dalla necessità di distinguersi da Santa Maria la Vetere, ovvero il santuario eretto alle pendici del monte su cui sorge Chiaramonte Gulfi. La chiesa Madre invece sorge nella piazza principale con un monumentale prospetto a tre ordini. Il primo, datato 1608, è la parte originaria dell’edificio rinascimentale. Nel 1765 fu elevato il secondo ordine in stile barocco a cui fu aggiunto il coronamento, con una torre campanaria, sul finire del secolo. L’interno nato rinascimentale, fu sul finire del Settecento riformato in stile barocco. All’interno della chiesa, si possono visitare la cappella del Sacramento ricca di marmi policromi; gli stalli di legno dell’altare maggiore, e le tele di Gaetano Mercurio  che rappresentano  santa Lucia, san Giuseppe, san Francesco di Paola e delle Anime Purganti; a Simone Ventura si devono invece la Pietà, la Natività, e l’Adorazione dei Magi. Infine, a Gaetano Distefano, la pala d’altare del patrono, il Calvario e i 14 quadretti della Via Crucis.

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Via Maiorana A., 26, 97012 Chiaramonte Gulfi RG, Italia

La madonna in alabastro e san Filippo sull’altare

Dopo un lungo periodo di degrado la chiesa ha riaperto i battenti dieci anni fa. Fu costruita a partire dal 1500 per essere ristrutturata secondo i canoni dello stile neoclassico nel 1852. E’divisa in tre ordini, chiusa in alto da una torretta a velacon tre campane. Sull’altare maggiore via è la statua in legno intagliato e colorato di San Filippo risalente al 1547 collocata in un fercolo con cupola.La cappella del Rosario è stata trasportata nella ristrutturazione del 1852 nella sacrestia, dove attualmente è visibile. Risale agli inizi del 1600 ed è opera di un gaginiano, quel Nicolò da Mineo che morì durante i lavori il 21 dicembre 1625, come ricorda una lapide posta accanto all’opera.Un arco in pietra tenera di notevole effetto estetico, sorretto da due colonne corinzie elevate su due plinti contengono la statua della Madonna del Rosario in alabastro (secolo XVII.)

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Via S. Giovanni, 11, 97012 Chiaramonte Gulfi RG, Italia

La chiesa dei Cavalieri di Malta con le cripte della confraternita

Tra le sue mura si celano i segreti dei Cavalieri di Malta. Furono infatti gli intrepidi esponenti dell’ordine cavalleresco a volerne la costruzione come chiesa commendale, nel secolo XV. La chiesa fu poi rimaneggiata dopo il terremoto del 1693. Una grande tela, secondo la tradizione proveniente da Malta, rappresenta il Battesimo di Gesù. La statua di San Giovanni, con dodici colonnine corinzie, decorata a rilievo ed indorata, è custodita in un’apposita nicchia nella navata sinistra. Tra le altre opere, lMadonna della Misericordia, di ispirazione rinascimentale con ascendenze tardogotiche la Madonna con bambino, attribuita ad artisti  vicini a Vito D’Anna, la Madonna del Monserrato, datata 1778 ed attribuita a C. Battaglia. Nei sotterranei sono le cripte dell’antica confraternita.

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Avamposti, carceri, campanili:il racconto di una costruzione 

Nonostante le fortificazioni abbiano garantito una resistenza iniziale, Prizzi venne comunque conquistata dai saraceni nell’830. I nuovi dominatori si affrettarono a occupare le aree in cui già sorgeva una torre, mentre altre due ne vennero innalzate: una in corrispondenza dell’attuale chiesa  Matrice, l’altra a Sant’Antonio. Sembra che fu proprio dall’immagine di queste tre torri che nacque, in seguito, lo stemma di Prizzi, con un saraceno a guardia. E furono proprio le torri di avvistamento a fare da prigione a chi le aveva innalzate: qui, infatti, vennero rinchiusi i saraceni nel 937 dai cristiani prizzesi, aiutati dai borghi di Vicari, Corleone e Bivona. I domini cristiano e saraceno si avvicendarono fino al  1073, quando il normanno Ruggero espugnò tutte le borgate e i castelli saraceni. E le torri di avvistamento? Furono trasformate in campanili e, come accade spesso, aggiunsero un nuovo tassello alle statue del bordo da raccontare.

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