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Via Consolato del Mare, Messina, ME, Italia

Nel cuore del Palazzo comunale due luoghi della memoria

Palazzo Zanca, sede del Comune, custodisce due raccolte museali molto interessanti sull’antica Zancle e sulle tradizioni popolari locali. L’Antiquarium espone preziosi reperti archeologici, che ricostruiscono la storia della città dal periodo greco a quello medievale, rinvenuti, negli ultimi decenni, nell’area del cortile interno dello stesso Palazzo o in altri siti vicini. La mostra permanente sulla “Vara” di Ferragosto e sui Giganti Mata e Grifone, ritenuti i progenitori dei messinesi, raccoglie, invece, materiale iconografico relativo alla celebre festa dello Stretto, che ha come protagonista, dal 1535, la machina piramidale dell’Assunta. La processione, con migliaia di fedeli, incantò anche famosi scrittori e viaggiatori del Grand tour. La rassegna espositiva è stata allestita grazie a una sinergia tra Comune, Comitato Vara e Associazione Amici del Museo. Rappresenta il primo nucleo di un costituendo Museo della Vara e dei Giganti.

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Sacrario Cristo Re, Messina, ME, Italia

Medioevo e Grande Guerra, dove le epoche si intrecciano

Qui convivono il passato remoto e quello prossimo: la torre merlata medievale e il Sacrario. La prima è quella appartenente all’antica fortezza di Rocca Guelfonia, dove nel 1284 venne rinchiuso Carlo II d’Angiò “lo storpio”, sconfitto in una battaglia navale dalla flotta siciliana-aragonese. Sulla torre, c’è la terza campana più grande d’Italia, con il bronzo fuso dei cannoni del primo conflitto mondiale. Accanto, l’imponente Sacrario inaugurato nel 1937, ispirato alla basilica di Superga, con una cupola in stile barocco. Edificio-simbolo di memoria storica, per rendere omaggio ai soldati morti nelle due guerre. In una nicchia della scalinata esterna c’è una scultura marmorea di Cristo Re realizzata da Tore Calabrò. Dentro, riposano le salme dei caduti e su di loro veglia il monumento al Milite ignoto di un altro artista messinese, Antonio Bonfiglio. Le due grandi tele sono di Salvatore e Guido Gregorietti. Circondano la scupola le otto statue in bronzo di Teofilo Raggio, in stile razionalista, raffiguranti le Virtù teologali e cardinali.

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Via Collegio di Maria Al Carmine, 23, Palermo, PA, Italia

Il forno che macinava con l’asino e che ora dona ai bisognosi

L’arte di impastare e lievitare viene da lontano. Dieci anni prima che Garibaldi entrasse a Palermo da Porta dei Termini c’era già un Lo Coco che panificava nel cuore di Ballarò, nella bottega di via Collegio di Maria al Carmine. Ad assicurare ai clienti rimacinati, mafalde e brioches era il forno “Stella”, un tempo a legna: l’odore del pane lievitato e dei biscotti quaresimali si spandeva invitante per i vicoli. Nello spazio accanto al vicolo i Lo Coco avevano persino la mola azionata dall’asino, che serviva per macinare il grano. Il forno era anche chiamato “del Venerdì”, un nome dovuto alla vicina congregazione delle Anime sante del Purgatorio. Nel 2003, Roberto Lo Coco ha rinnovato tutto, ma è rimasto l’imprinting originale. Ogni giorno il forno dei Lo Coco produce duecento chili di pane e una parte dell’invenduto è donato ai bisognosi del quartiere.

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Via Pannieri, 28, Palermo, PA, Italia

La gastronomia storica nel cuore della Vucciria

Nel cuore del mercato della Vucciria, in via Pannieri, dal 1934 c’è una gastronomia storica che a pranzo si popola di lavoratori e turisti: è la gastronomia fondata da Domenico Minà e oggi portata avanti dai nipoti Domenico e Francesco Paolo, praticamente cresciuti dietro al bancone. È  la tipica trattoria siciliana a gestione familiare, dove trovare una cucina casalinga, con i suoi tavoli che si riempiono presto di pietanze  fresche che fanno ingolosire anche i passanti. I due fratelli si alternano velocissimi tra decine di panini con panelle e crocchè di patate, insalate di mare, sarde a beccafico, coloratissimi piatti di pesce e verdure e primi piatti serviti anche in una saletta di fronte con qualche tavolo e posto a sedere. Alle pareti le foto storiche in bianco e nero dei proprietari, tra i clienti famosi che hanno fatto tappa qui il regista Gabriele Salvatores. È aperto solo a pranzo.

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Via Ballaro, 14, Palermo, PA, Italia

Frutta secca, canditi e spezie Qui si respira il Mediterraneo

Un luogo che esprime pienamente l’anima multietnica del mercato di Ballarò. Esposti come in un suq arabo e circondati da dipinti e simboli di Palermo, si possono trovare legumi, frutta disidratata, frutta candita, preparati per pasticceria ma soprattutto frutta secca, spezie e aromi provenienti da diverse parti del mondo: dai tipici prodotti delle produzioni siciliane, come i pistacchi di Bronte e le mandorle di Santo Stefano Quisquina, ai prodotti esotici, come le noci americane e quelle brasiliane. Nel laboratorio adiacente al negozio, Gianni Cannatella realizza personalmente la tostatura e prepara il cosiddetto passatempo: calia e semenza, ossia ceci e semi di zucca tostati. Cannatella si è recentemente dotato di una macchina di ultima generazione, ma in trent’anni di attività ha sperimentato tutte le diverse tecniche di tostatura.

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Via Alessandro Paternostro, 11/13, Palermo, PA, Italia

Un angolo di Belle Epoque progettato da Ernesto Basile

Nascosto nel cuore del centro storico, a due passi dall’Antica Focacceria San Francesco,  in via Alessandro Paternostro, sorge, dal 1902, la gioielleria Sutera. Il locale, progettato da Ernesto Basile, per più di un secolo, ha mantenuto la struttura e l’arredamento originario, essendo vincolato come bene storico. Affiancato dalle facciate dei palazzi nobiliari, conta tredici vetrine su via Paternostro, con la facciata e l’insegna nel classico stile verde brillante e oro. Qui  gravitava il bel mondo e ancora i “ruggenti anni Venti” si trovano nello stile della cassaforte e negli arredi. Qui si veniva per la perfezione degli orologi di tradizione tedesca e le creazioni di oreficeria della casa. Nel laboratorio si lavora su oro bianco e giallo, pietre preziose e dure. A gestire l’attività è oggi Alfredo Ragonese, nipote per parte di madre di Alfredo Sutera.

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Via Napoli, 56, Palermo, PA, Italia

Tisane offerte di buon mattino come ai tempi degli arabi

Nel 1938, Antonio Ciccarello, originario di Polizzi Generosa, apre l’attività nei locali del Teatro Biondo, dopo aver conseguito il diploma di erborista , primo nel Sud del Regno d’Italia. Di recente l’antica bottega è stata costretta a lasciare la sua storica ma si è spostata proprio di fronte, andando a occupare i locali che furono del noto negozio di scarpe Machì, dopo aver restaurato e adattato al nuovo uso perfino la vecchia insegna Liberty. Matteo Arrivas, attuale gestore dell’erboristeria, per il resto, ha mantenuto esattamente la tipologia, lo stile, lo spirito di un tempo: ancora adesso, come faceva lo zio Nino anticamente, offre le tisane in mescita di buon mattino, perpetuando così una tradizione – quella dell’assunzione di acque calde terapeutiche – che ha origine dagli arabi. Tra i clienti tanti anziani, soprattutto del quartiere.

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Via Giovanni Meli, 5, Palermo, PA, Italia

L’artista del cesello e dello sbalzo che lavora metalli preziosi

Nel cortile di Palazzo Pantelleria, in piazza Giovanni Meli, si affaccia il laboratorio di Benito Gelardi, esperto artigiano nell’arte del cesello e dello sbalzo. L’ha imparata da ragazzino frequentando da apprendista la bottega del maestro Rolando Lopes. Quando alla fine degli anni Settanta Gelardi decise di aprire un proprio laboratorio, era già un abile cesellatore. Con l’argentiere Antonino Amato ha collaborato a lungo nel campo del restauro di antichi manufatti di arte sacra. Uno fra tutti, il manto della statua dell’Immacolata di Caltanissetta. Gelardi progetta e disegna le sue creazioni in metalli diversi: oro, argento e bronzo. Con gli scalpelli riesce a creare attraverso un delicato equilibrio di sbalzo e cesello un singolare movimento sul metallo. Nel figlio Mauro ha un ottimo collaboratore.

Piazza Duca di Genova, 27, Catania, CT, Italia

Dalle collezioni amate da Goethe alla fashion house siciliana

Magnifica testimonianza di barocco siciliano, all’interno di un’area di uno dei più antichi palazzi di Catania, il Museo Biscari per molti anni ha vantato le collezioni archeologiche e naturali del Principe Ignazio Paternò Castello, celebrate da Goethe nel suo Viaggio in Italia e trasferite successivamente alla Galleria civica del Castello Ursino. Il museo ospita oggi l’MF, “Museum&Fashion”, dove moda e cultura si fondono per dare vita a una combinazione creativa. La Galleria Naturalia è sede dell’atelier della stilista catanese Marella Ferrera, mentre la Antiquaria fa da sfondo a una vera e propria novella interattiva, che unisce la storia della casa di moda alle tradizioni siciliane, oltre a una serie di mostre temporanee che vogliono fungere da ponte con il passato, quando nel Settecento il museo era motivo d’orgoglio per l’Isola.

Via Capodieci, 16, Siracusa, SR, Italia

Quell’Annunciazione che cambiò per sempre la storia

Il pezzo forte della galleria è sicuramente l’Annunciazione, il prezioso olio in cui Antonello da Messina immortalò il momento delicato e intimo del dialogo tra Maria e l’arcangelo Gabriele. Un dipinto – di cui si persero per lungo tempo le tracce e che venne ritrovato nel 1897 – in cui Antonello realizza la convivenza del Rinascimento e della pittura fiamminga. Del primo ritroviamo le geometrie e le dimensioni monumentali tipiche della scuola italiana, dei fiamminghi invece la cura per il dettaglio, come la ricca veste di damasco decorato dell’angelo, che indossa anche un diadema di perle e un rubino, segno di prestigio.
Si ha quasi l’impressione che, avvicinandosi al dipinto, si sentano le parole, inequivocabili anche se bisbigliate, dei due soggetti.
Palazzo Bellomo ospita però anche moltissime altre opere di enorme pregio, assai rappresentative della cultura della Sicilia orientale. E una chicca, sempre in tema di arte sacra: una tra le collezioni più rappresentative in Europa dei cosiddetti “madonnieri”, artisti di icone cretesi, veneziani e slavi che operarono dal XVI al XVIII secolo.

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Via Mercè, 2, Trapani, TP, Italia

Nella casa dei prodigi e delle illusioni ottiche

La stanza di Ames, la stanza delle anomalie di gravità, la sedia di Beuchet. Non sono titoli di favole, anche se in un certo senso ci hanno a che fare: sono le illusioni ospitate dal Moi (Museum of illusions). Una realtà giovanissima – il museo è nato a Trapani nel 2017 – frutto dell’attenta ricerca sui limiti della percezione umana e su tutti quei “trucchi” che, ci piaccia o no, riescono ancora ingannare la mente, ad affascinarla.
Andando a spasso per il Moi, quindi, vi imbatterete in moltissime illusioni geometriche, prospettiche, di movimento, immagini ambigue ed illusioni di colore.
Ogni “illusione” è ovviamente spiegata e risolta con l’aiuto della scienza, ma anche, per i più piccoli, attraverso laboratori didattici in cui i partecipanti scopriranno come riconoscere le illusioni ottiche e quali sono gli elementi che regolano la percezione visiva. Con l’occasione di creare con le proprie mani un’illusione ottica, e magari di portarsi pure a casa il proprio piccolo prodigio.

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Piazzale Kaos, 92100 Agrigento AG

Un pellegrinaggio laico, tra antiche carte, pini solitari e argille azzurre a picco sul mare africano

“Una notte di giugno caddi come una lucciola sotto un gran pino solitario in una campagna d’olivi saraceni affacciata agli orli d’un altipiano d’argille azzurre sul mare africano”: così, Luigi Pirandello descriveva la propria venuta sulla terra.
E quel pino solitario esiste davvero, lungo il sentiero a destra della casa. Solo che, danneggiato da una tromba d’aria che nel 1997 lo travolse tanto da tranciargli la chioma, oggi non ne resta che una sezione. Ma lì sono racchiuse le ceneri del poeta, drammaturgo e scrittore, tornato idealmente nel luogo in cui cadde come una lucciola, per nascere.
Basterebbero queste emozioni, e la vista del panorama che si tuffa nelle argille azzurre sul mare africano, per giustificare la visita. Ma al primo piano dell’abitazione c’è il museo dedicato a Pirandello, con mostre temporanee dedicate al Maestro e, una vasta collezione di cimeli, fotografie, lettere, recensioni, onorificenze, libri in prima edizione con dediche autografe, quadri d’autore dedicati e locandine delle opere pirandelliane più famose rappresentate in tutto il mondo.
Un museo sui generis, da cui certamente avrete qualche difficoltà a separarvi.

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Piazza Duomo, Messina, ME, Italia

Tra storie della città e un leone ruggente, il più grande marchingegno del mondo

Non si può pensare a Messina senza che la mente vada a uno dei suoi simboli più significativi : l’orologio astronomico.
Incastonato nel campanile del Duomo, faticosamente rimesso in piedi dopo il terremoto del 1908, ha visto la luce grazie agli operai-artisti della prestigiosa ditta Ungerer, di Strasburgo. I meccanismi, infatti, riprendono un po’ quelli dell’orologio astronomico della città nordeuropea; ma uno “zampino” lo mise anche Papa Pio XI, che regalò all’allora arcivescovo della città, Angelo Paino, un modellino funzionante del famoso orologio. E questi ne fu così entusiasta che ne commissionò uno simile, dando vita così al più grande e più complesso orologio astronomico del mondo.
Qui, il tempo è scandito attraverso un vero e proprio racconto con personaggi semoventi: al primo piano è raffigurata l’esperienza terrena con statue simbolo delle fasi della vita – infanzia, giovinezza, maturità e vecchiaia – tra cui, beffarda, si cela la morte.
Più sotto, invece, ecco i giorni della settimana, impersonati da altrettante divinità greche alla guida di un carro trainato da differenti animali.
Il secondo piano è dedicato alla vita di Cristo (nascita, Pasqua e Pentecoste) mentre il terzo, dominato da un poderoso gallo, racconta la rinascita di Messina con le statue di Dina e Clarenza, valorose cittadine dei Vespri siciliani, simbolo della lotta contro gli Angioini. Infine, il leone: stringe la bandiera di Messina e la fa sventolare tre volte al giorno. E a mezzogiorno, puntuale, ruggisce, per ricordare a tutti la forza d’animo della sua gente.

Via Dina e Clarenza, Messina, ME, Italia

Quando la Madonna, in soccorso di Messina, deviò con le mani le frecce dei francesi

Era il 1282 e i messinesi erano insorti contro lo strapotere e l’insolenza dei francesi. Erano i Vespri siciliani, insomma.
E la Madonna delle vittorie apparve nel luogo in cui infuriava la lotta e in cui oggi sorge il Santuario di Montalto: una dama bianca, che con le mani deviava le frecce nemiche e con le vesti copriva le mura di Messina, rendendole invisibili ai soldati francesi. La leggenda racconta ancora che, poco dopo il prodigioso evento, Maria apparve in sogno a un frate, Nicola, chiedendogli di fare sorgere proprio lì un luogo di culto a lei consacrato. Il giorno seguente, a mezzogiorno, il fraticello convocò le più alte cariche cittadine, e una colomba, con il suo volo, delimitò il terreno, che venne poi acquistato dal Senato messinese. Una leggenda così impressa nella memoria collettiva da essere ricordato nel campanile del Duomo con un quadro semovente.
Nel 1295 la chiesa fu aperta ai fedeli e si diffuse il culto della Madonna di Montalto, ma nel 1908 il terremoto distrusse l’intero complesso, poi completamente ricostruito.
Dal santuario, visibile da ogni parte della città, si gode di una vista mozzafiato, ma da ammirare è anche lo splendido crocifisso cinquecentesco miracolosamente (è il caso di scriverlo) rinvenuto dopo i crolli del terremoto.

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Via della Libertà, 73, Palermo, PA, Italia

I ceramisti venuti da Napoli diventati tesori umani dell’Unesco

Varcare la soglia del negozio di Arcangela Piscitello, in quel tratto di via Libertà in cui ancora si scorgono le suggestioni di una Belle Epoque dai rimandi parigini, è entrare in un mondo. I Piscitello sono ceramisti dal 1683, quando Rosario da Napoli si trasferì a Santo Stefano di Camastra, appena ricostruita, portando con sé i colori tipici della tradizione partenopea. Molte generazioni dopo, eccelse così tanto nel mestiere secolare degli avi da essere nominato nel 2006 tesoro umano vivente dall’Unesco. Una passione trasmessa agli eredi: a popolare la loro immaginazione ci sono i colapesce, suggestive sculture che declinano il tema del mare, ma anche classici come la lumiera di Sant’Antonio (che illuminava le case prima dell’elettricità), e la matrangela, metà angelo e metà donna, recuperata dall’Ottocento siciliano, tornata a essere un dono simbolo di gioia e prosperità.

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Via Domenico Scinà, 217, Palermo, PA, Italia

“Monelle”, fiere, dee, barocche Ecco le ceramiche al femminile

Dopo avere fatto il giornalista, un bel giorno di circa trent’anni fa, Emilio Angelini venne risucchiato dalla sua antica passione, quella che gli aveva fatto scegliere il liceo artistico. Cominciò così un lavoro appassionato di creazione e di ricerca che lasciava spazio per poco altro: all’inizio, però, la timidezza aveva la meglio su Emilio, tanto da impedirgli di firmare i suoi pezzi. Finché non incontrò Pietra Gramasi, sua inseparabile compagna di liceo, ceramista anche lei, che diventò la sua compagna anche nella vita, spingendolo a dare una chiara paternità alle opere.  La bottega d’arte di Emilio Angelini è un piccolissimo scrigno in cui vivono creature fantastiche. Ci sono le “monelle pazze”, che racchiudono i caratteri di ogni donna: chi con il seno fieramente scoperto, come una ninfa eterna, chi con la vanità di un orecchino al lobo, chi con i capelli fieri e indomabili.

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Vicolo Pilicelli, Palermo, PA, Italia

Gli eredi dei “contastorie” che costruiscono i pupi

Nipote del celebre contastorie e puparo Peppino Celano, Gaetano Lo Monaco Celano porta avanti l’arte del cunto e dei pupi. Lo fa nello storico laboratorio del Capo, lo stesso in cui il nonno costruiva le sue storie. Nel laboratorio ci sono i “ferri dei pupari”, ossia gli strumenti per realizzare i pupi: legno, acciaio e stoffe colorate. Insieme sono esposte le opere da ultimare e quelle finte, armature finemente cesellate, scenografie e pupi interamente realizzati a mano. Una piccola, umile, fabbrica delle meraviglie. Come gli ha insegnato il nonno, la sua arte comprende la realizzazione artigianale dei pupi fino agli spettacoli in cui si ripercorrono le classiche storie e se ne aggiungono sempre di nuove. “Realizzo i pupi da quando ero bambino – racconta – Big Jim lo facevo diventare Rinaldo: gli mettevo i fili meccanici, lo addobbavo come un paladino e gli facevo cantare l’Orlando Furioso”.

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Corso Vittorio Emanuele, 500 Palermo, Italia

Il ritrovo storico degli amanti del tabacco

Un trinciasigari del primi del Novecento fa bella mostra di sé in una vetrina, assieme a scatole di fiale di chinino di Stato, di tabacco sceltissimo turco, documenti antichi e schede telefoniche più recenti. La storia di Palermo passa anche da una tabaccheria in pieno centro, vista sulla Cattedrale, proprio di fronte alla via Matteo Bonello. Ininterrottamente questa bottega accoglie amanti di sigarette, sigari e pipe, rifornisce di valori bollati i professionisti del centro da 103 anni. Durante questo secolo ha cambiato solo tre titolari, l’ultima dei quali è Giovanna Analdi, dal 1982. Luogo di ritrovo, di chiacchiera, di scambio di opinioni sui fatti di attualità, lo storico negozio è stato spettatore di rocamboleschi arresti di latitanti di mafia trasportati nella vicina Questura, ma anche di ingressi trionfali dei vari arcivescovi.

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Vicolo San Carlo, 4, Palermo, PA, Italia

Cuoio e acquarelli per adulti sognatori

Grembiule da lavoro e ditali in cuoio compongono la divisa di Alessio Colli, statistico con la passione per l’artigianato che divide con gli acquerelli di Rosa Lombardo quest’oasi di luce in centro storico. “Di matematica e geometrie ce ne sono parecchie anche nel cuoio”, dice. Cilindri, custodie per strumenti musicali, scatole, cartelle, mensole, porta pc, astucci, porta tabacco e cinture sono gli oggetti realizzati e tra i più richiesti. Accanto, gli acquarelli di Rosa campeggiano su carta e tessuti con il marchio “Larotellina”. Architetto con la passione per la pittura, Rosa Lombardo alle spalle ha un’esperienza da grafico pubblicitario e una collaborazione con una grande azienda di ricami. I colori del Mediterraneo sono la sua fonte di ispirazione, ma la sua musa è una Palermo che sembra raccontata da Gianni Rodari: barche in cielo, pesci volanti, grandi balene. Per adulti sognatori.

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Foro Italico Umberto I, 1, Palermo, PA, Italia

Qui nacque il “giardinetto” per festeggiare Garibaldi

Era una delle più famose sorbetterie dell’Ottocento, quando il Foro Italico era popolato di carrozze e di signore con le trine e l’ombrellino da sole, quando il mare era ancora vicino alla riva e i bambini del popolo facevano il bagno lì. Fu fondato da Giuseppe Cacciatore, personaggio mitico che le foto ritraggono con baffi spioventi, nel 1860, per festeggiare l’entrata di Garibaldi. Poco dopo inventò un gelato rosso, verde e bianco (fragola, pistacchio e cedro), l’antesignano dell’attuale “giardinetto”. Crispi era un frequentatore abituale. Franca Florio amava il sorbetto alla fragola e Vittorio Emanuele Orlando il gelato di caffè imbottito con la panna. Allora l’attività prendeva il nome del suo titolare, “Giuseppe Cacciatore gelatiere”. Tra i suoi dodici commessi c’era il dodicenne Giovanni Ilardo che, alla sua morte, divenne titolare della sorbetteria e diede il suo nome al locale storico.

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